La Ricerca
Occuparsi di Ricerca per noi significa interrogarci sulla declinazione del Senso – lirico, irrazionale, ineffabile, intuitivo – che ogni gesto, azione o oggetto visibile sulla scena viene necessariamente ad incarnare.
Intendiamo spogliare quanto più possibile ogni frase scenica da vincoli espressivi contaminati e compromessi, dal punto di vista culturale o psicologico, con un senso precostituito, costruito altrove rispetto all’istante contingente della scena performativa.
Questo lavoro sull’espressione si accompagna ad uno analogo sul movimento, che ci vede coinvolti nello sforzo di isolare l’essenza del gesto e la purezza originaria del suo significato.
Mossi dalle stesse ragioni, ricorriamo all’utilizzo delle maschere, intese come sintesi dei ruoli e dei personaggi.
Privato il volto delle sue esigenze espressive, è il corpo con la sua attività nello spazio a declinare i significati.
Nel muoverci entro questo ambito tematico, guardiamo alle riflessioni condotte da Eugenio Barba nel testo L’arte segreta dell’attore, in cui il Maestro, mutuandola dalla tradizione indiana, propone una distinzione tra due tecniche di utilizzazione del corpo: quella quotidiana (lokadharmi) e quella extra-quotidiana(natyadharmi), che è appunto quella della danza.
Per noi la relazione esistente tra queste due, consiste in una traduzione della prima da parte della seconda in un linguaggio da contingente ad universale.
La scena teatrale ci offre così, attraverso la ricerca degli archetipi espressivi, l’opportunità di usare un linguaggio universale, che si componga di messaggi formulati allo stadio embrionale, perciò capaci di raggiungere ogni individuo e, allo stesso tempo, di essere recepiti da ciascuno in maniera individuale e irripetibile.
La costruzione di questa comunicazione totale richiede uno sforzo di distanziazione dai modi tradizionali di scambio, legati alla razionalità e alla parola, ecco perché il fatto di privarcene ci obbliga ad indagare altri canali e a ricorrere ad un modo di pensare per immagini, che utilizza il dato visivo in sostituzione dell’uso quotidiano della Parola.
Il Rapporto con la Parola e il Testo
Allo stato attuale della nostra indagine, le nostre performance poggiano così su un meccanismo di significazione forte dal punto di vista rievocativo ma estremamente vulnerabile nel suo funzionamento, in cui la Parola verrebbe ad infrangere un equilibrio delicato, obbligandoci a dire troppo, o troppo poco rispetto al sentire e all’intuizione che operano da motore artistico dell’opera.
Se usata, la Parola sarà allora colta nella sua accezione idealmente pura, come segnale essenziale, sintetico e iconico dell’universo di significati cui rimanda, come se fosse un oggetto, un gesto o una maschera, e non una parola.
Con questo non intendiamo privarci della possibilità di narrare, offerta dal Teatro.
Ogni testo scritto porta con sé un senso non scritto, che si colloca sempre altrove rispetto a dove si guarda, ed è quello che ci interessa raccontare.
Il nostro obiettivo è riuscire a conciliare, nell’evento performativo, sia la componente estetica e visiva, che quella drammaturgica, intimamente connesse attraverso gli strumenti del gesto, delle marionette, delle maschere,
degli oggetti, delle luci e del movimento.
Perché il Mimo, il Teatro di Movimento e il Teatro di Figura
Riteniamo che il Teatro di Movimento, di Figura e il Mimo soffrano di un pregiudizio che li vede associati necessariamente ad una spettacolarità legata all’infanzia, ad una categoria di genere rigidamente codificata, e per questo banale.
Noi individuiamo invece in questi modi scenici un alto potenziale espressivo e lirico, funzionale all’esplorazione di nuove possibilità e ad una trasmissione di Senso più intuitiva e universale, più capace di dire ciò che non si può dire, e di trasmettere immediatamente ciò che deve necessariamente essere mediato.
Il loro valore emerge pienamente se accostati alla Danza, e se concepiti rispetto alle connessioni che possono avere con le discipline coreografiche.
Per questa ragione ci piace pensare al nostro teatro come ad una forma di Teatrodanza.
Il Rapporto con il Pubblico
Vorremmo che il pubblico che assiste ai nostri spettacoli fosse coinvolto in un’esperienza dei sensi, più che della mente, e in questo siamo aiutati dall’assenza del codice verbale.
Gli spettatori sono chiamati ad una forma specifica di interazione, non fisica, ma immaginativa, dato che sono loro a completare il senso dell’opera. Il ricorso ad un linguaggio universale è paragonabile, per noi, ad un seme capace di attecchire su qualsiasi terreno, ma destinato a generare in ogni campo una pianta diversa. Sono gli spettatori a decidere quale creatura nascerà dalla nostra semina.
I Maestri di riferimento
Nel perseguire questo intento troviamo una guida nei principi della Biomeccanica teatrale, con particolare riferimento alla lettura che ne da il Maestro Nikolaj Karpov, che ce li ha trasmessi attraverso un’intensa attività di laboratorio.
Ancora, la nostra attenzione per il Teatro, o meglio la nostra volontà di parteciparvi con un ruolo attivo, coincide con la conoscenza di alcuni artisti legati all’area russa, tra cui: Derevo, Akhe, Do - Theatre, Slava Polunin, Nikolaj Karpov.
Come riferisce Massimo Lenzi nell’Introduzione al testo Lezioni di Movimento scenico di Nikolaj Karpov, il contesto russo è per tradizione, vicino al nostro modo di concepire la scena, il movimento e l’uso delle maschere, per ragioni di carattere storico e culturale, per cui le popolazioni slave sarebbero coinvolte “in un rapporto di contiguità più diretto con l’esperienza antropologica della rappresentazione”. E’ infatti presso queste strutture sociali che matura un altro genere di rapporto con le immagini, “basti pensare al carattere immaginale dell’icona e alla sua conseguente funzione anti-rappresentativa, bensì presenziale”
Il Futuro, ovvero Evoluzione di una Poetica
Il nostro progetto è di crescere insieme alla nostra attività, perennemente. Non riusciamo a, e neanche vogliamo, concepire il nostro viaggio come una tensione verso un punto di arrivo, che risulterà sempre irraggiungibile. Per questo vorremmo un giorno raggiungere un dominio del linguaggio per immagini, tale da poterlo rimettere in discussione e riuscire ad introdurre ciò che ora escludiamo per avervi accesso, cioè la Parola.
Allo stesso modo, ci aspettiamo di raggiungere un grado di maturità artistica tale da “spogliarci” dei nostri strumenti di indagine attuali, ovvero le maschere, e farle cadere, così come si esce dal bozzolo dopo una metamorfosi.